Piazza di Siena è da sempre principale protagonista delle vicende del salto ostacoli azzurro: come se fosse il cuore che spinge il sangue in circolazione nell’organismo, come se fosse il perno intorno cui si scatena la forza centrifuga.
Piazza di Siena è un libro in cui sono state scritte pagine esaltanti, storie meravigliose, racconti emozionanti. Nel bene, grazie soprattutto ai trionfi dei campioni italiani, ma talvolta anche nel male: un ‘male’ che vuol dire aver evidenziato problemi, criticità, tensioni. E poi aver risolto tutto questo, quindi trasformando il male in bene…
È proprio il caso di ciò che accade nel 1949, quando gli esiti del concorso internazionale spingono la Fise ad adottare un provvedimento mai preso in precedenza e che mai verrà riproposto in futuro: la rinuncia alle partecipazioni della squadra italiana ai concorsi internazionali per tutta la durata dell’anno. Questo il comunicato ufficiale della Fise: «Il 9 maggio a conclusione del CHIO di Roma il consiglio direttivo della Fise deliberava all’unanimità la sospensione, per il 1949, della nostra partecipazione ufficiale all’estero. Deliberazione dolorosa ma necessaria che i nostri amici esteri avranno certamente compreso e giustamente interpretato. Una momentanea sospensione che ci consentirà di inquadrare e registrare la nostra preparazione organizzativa, sempre che non venga a mancare l’autorevole e indispensabile intervento promesso dall’autorità militare».
Quello è un momento storico molto difficile: gli effetti deleteri della guerra contaminano ancora pesantemente la qualità della vita a tutti i livelli, e naturalmente lo sport equestre ne risente in modo sensibile. Ecco ciò che il Cavallo Italiano (il giornale della Fise) scrive nell’articolo sull’edizione 1949 del Chio di Roma: «Nonostante il 2° posto nella Coppa delle Nazioni non possiamo davvero essere soddisfatti e tanto meno ottimisti se pensiamo al buio che abbiamo innanzi a noi. Né vale a rasserenarci l’unica nostra vittoria conseguita da Oppes che ha grandi qualità e spirito combattivo e che vogliamo ancora una volta pregare di impugnare le redini nel modo prescritto… ! Palese una volta di più la carenza di cavalli, ma soprattutto quella di cavalieri. Anche se si risolvesse la prima questione ed avessimo dovizia di cavalli non sapremmo a chi farli montare in quanto gli anziani si stanno logorando e i giovani son pochi, anzi pochissimi e possono contarsi sulle dita di una mano. La grande fucina che una volta era rappresentata dal nostro esercito è scomparsa con l’abolizione dei reggimenti a cavallo e le Scuole, in via di potenziamento, non sono ancora in grado di fornire successori o rincalzi alla pattuglia di cavalieri sulla quale grava l’oneroso compito di difendere una tradizione luminosa, il nome di una Scuola che è stata maestra nel mondo. Qualcosa è stato fatto dal 1947 a oggi, ma poco e solo con le nostre forze; gli aiuti che ci attendevamo non solo non si sono concretati, ma quel po’ che era stato assegnato è andato via via diminuendo tanto che il problema è scottante forse più di quanto non fosse alla ripresa della nostra attività. I risultati del 18° Concorso Ippico Internazionale (di Roma, n.d.r.) hanno palesato appieno la poco confortante situazione nella quale ci troviamo, situazione che ha indotto il consiglio direttivo della Fise a sospendere per la corrente annata la partecipazione ufficiale italiana in campo internazionale. Provvedimento duro ma necessario che dovrà servire a tutti come ‘memento’. E concludiamo esprimendo l’augurio che gli Enti interessati al nostro sport e al nostro prestigio in campo internazionale facciano sì che questo periodo di raccoglimento dia i frutti da tutti sperati affinché nella prossima stagione e nelle successive la pattuglia dei nostri cavalieri abbia modo di accrescersi in uomini e mezzi e possa difendere i nostri colori non basandosi sulla fortuna o sulla vena di questo o quel cavallo, questo o quel cavaliere, ma sulla certezza derivante da una accurata preparazione e da mezzi adeguati».
Una serie di premonizioni fortunatamente troppo pessimistiche: il decennio degli anni Cinquanta e quello dei Sessanta costituiranno il periodo d’oro dello sport equestre azzurro: grazie soprattutto a Piero d’Inzeo, Raimondo d’Inzeo, Graziano Mancinelli, ma non solo a loro.
























